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Quando si parla di analogico e di digitale occorrono sempre alcune
precisazioni importanti. La differenza sostanziale fra analogico e
digitale è il tempo: mentre nel primo caso il tempo è una variabile
continua, nel secondo il tempo diventa scandito a periodi e perde la
sua continuità.
In elettronica, come nella altre discipline, ragionare in analogico
o farlo in digitale comporta l'adottare metodi di analisi e tecniche
di realizzazione completamente diverse. A basso livello, cioè quando
si scende sul circuito fisico, però, il funzionamento è pur sempre in
analogico, cioè i segnali elettrici, anche se rappresentanti 1 e 0
binari a determinati intervalli di tempo, sono comunque dei segnali
continui (approssimabili generalmente ad onde quadre).
Filtri
La realizzazione di un circuito analogico semplice prende spunto anche
solo da qualche componente passivo come condensatori e resistori. In
questo caso potremmo realizzare, ad esempio, alcuni filtri che
riescono a tagliare via determinate frequenze facendone passare altre.
Esistono, sostanzialmente, quattro tipi di filtri:
- Passa basso: fa passare le basse frequenze tagliando via le alte
frequenze;
- Passa banda: fa passare le frequenze medie tagliando via le
basse e le alte frequenze;
- Notch: fa il contrario del passa banda, nel senso che fa passare
solo le alte e le basse frequenze eliminando le frequenze medie;
- Passa alto: fa passare le sole alte frequenze tagliando via le
basse frequenze.
La realizzazione di un filtro passa basso o passa alto è molto
semplice:

Filtro Passa Basso

Filtro Passa Alto
Partitore di tensione
Altro esempio realizzabile in un baleno è un partitore di
tensione. Si tratta di un circuito in grado di ridurre la tensione
in uscita, rispetto a quella di ingresso, indipendentemente dal carico
applicato. Quest'ultima frase è di importanza notevole, dato che
qualcuno potrebbe essere erroneamente indotto a pensare che per
ridurre la tensione su un dispositivo, rispetto ad una data tensione di
ingresso, sia sufficiente un resistore:

Come vedete nel circuito, la misurazione a vuoto della tensione di
uscita restituisce un diverso valore della misurazione della tensione
quando il circuito è sotto carico. Infatti, facendo scorrere una
corrente diversa da zero nel circuito si crea una caduta di tensione
ai capi della resistenza proporzionale, secondo la formula V = R *
I, alla corrente stessa. Dunque se abbiamo, ad esempio, questi
dati:
- Vin = 12V
- R = 100 Ohm
- I = 0.1 Ampere (la corrente assorbita dal carico in uscita)
La tensione di uscita sarà pari a:
12 - (100 * 0.1) = 2V
Se il carico assorbisse 0.01A allora avremo una tensione di uscita
pari a:
12 - (100 * 0.01) = 11V
Come vedete, con un circuito simile non si può avere una tensione
di uscita stabile.

Usando un partitore di tensione, come quello raffigurato qui sopra,
non abbiamo problemi di questo genere. Vediamo, in formule, cosa
accade. La tensione di uscita, Vout, è determinabile dalla formula:
Vout = R2 * I. Se andiamo a cercare quanto vale I (I è la stessa
sia sulla R1 che sulla R2) dalla maglia di sinistra possiamo scrivere:
Vin = R1 * I
da cui segue:
I = Vin / R1
Sostituendo I nella precedente formula:
Vout = R2 * I, allora Vout = R2 * Vin / R1
Scritta meglio vediamo quanto segue:
Vout = (R2 / R1) * Vin.
Come capite, abbiamo eliminato la dipendenza da I nella
determinazione della tensione di uscita; usando un partitore di
tensione la tensione di uscita è determinata solo dal rapporto R2 / R1.
Alimentatore
Infine un circuito di utilità pratica immediata: un
alimentatore. Un circuito di alimentazione è quanto di più
necessario possa risultare in un qualunque laboratorio di elettronica.
Nel nostro caso l'alimentatore potrebbe essere utile per testare
qualunque tipo di circuito realizzato senza per questo realizzarne
ogni volta uno ad-hoc. In effetti potrebbe essere usato anche un
alimentatore recuperato da un vecchio PC ma noi vogliamo tentare un
esperimento e procedere per la nostra strada :).

Elenco componenti:
- R1 = Potenziometro lineare da 5KOhm;
- R2 = Resistore da 240Ohm 1/2W;
- C1 = Condensatore poliestere da 10nF 100V;
- C2 = Condensatore elettrolitico da 2200 uF 50V;
- C3 = Condensatore elettrolitico da 100 uF 35V;
- RS1 = Ponte raddrizzatore da 3A 50V;
- Integrato LM317;
- Trasformatore 220V primario, 24V 2A secondario;
- Aletta di raffreddamento per LM317.
Il circuito, pur non essendo complicato, merita una dettagliata
spiegazione. Per farlo partiamo dalla sinistra dove vedete 220V. Dalla
linea dei 220V della rete Enel preleviamo tensione che va abbassata a
24V attraverso un trasformatore che riesca a fornire in uscita almeno
2A. In uscita dal trasformatore otteniamo una tensione alternata che
va raddrizzata per renderla continua: a questo pensa RS1, un ponte
raddrizzatore da 50V 3A. Sulle uscite + e - di RS1 troviamo subito due
condensatori, C1 e C2; il primo è un poliestere da 0.01 uF (10nF) ed
il secondo un elettrolitico (attenzione al verso!) da 2200 uF 50V.
Questi due condensatori servono a stabilizzare la tensione continua
proveniente dal ponte. Il primo elimina i veloci picchi che possono
verificarsi sulla linea mentre il secondo spiana i picchi lenti di
tensione.
Per essere precisi, anche se l'uscita del trasformatore è pari a
24V, l'applicazione di un ponte raddrizzatore e di due condensatori di
livellamento, porta la tensione all'uscita del ponte ad un valore
maggiore dei 24V, quantificabile intorno ai 28-30V.
La linea del positivo prosegue fino al piedino 3 dell'integrato
LM317, un regolatore di tensione realizzato dalla National
Semiconductor in grado di tirar fuori fino ad un massimo di 1.5A. Il
piedino 2 dell'LM317 è il piedino sul quale prelevare la tensione di
uscita che potrà variare da circa 2V ad un massimo di 25V. La
variazione di tensione è imposta dal potenziometro R1 da 5KOhm lineare
e dal resistore fisso R2 da 240Ohm 1/2 Watt. L'ultimo condensatore in
uscita termina il lavoro di livellamento della tensione.
Per ultimo, non dimenticate di applicare una aletta di
raffreddamento di generose dimensioni sull'integrato LM317 per
aiutarlo a dissipare il calore generato.
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